litigio_tra_bambini

Quando intervenire? Come intervenire? E’ possibile gestire il litigio e lo scontro tra bambini rendendolo opportunità di apprendimento?

Questi e tanti altri sono gli interrogativi che genitori e educatori si pongono quando entrano in contatto con il tema del conflitto tra bambini, ma anche tra bambini e adulti.

E’ necessaria una premessa chiarificatrice: quando parliamo di conflitto non parliamo di aggressività, né violenza; parliamo, al contrario, di una innegabile e imprescindibile dimensione relazionale e di una risorsa per i bambini e il sistema – famiglia in cui sono inseriti.
Il conflitto è un contrasto, una divergenza, uno sguardo diverso, ma che, se gestito, porta tutti gli interessati ad un’evoluzione e crescita personale.
Perché per noi adulti risulta così faticoso vivere il conflitto come risorsa? Una delle principali motivazioni risiede nella tradizione scolastica e pedagogica di provenienza, che vede nell’armonia, nella pace e tranquillità l’assenza di conflitto, anziché la gestione dello stesso.
In secondo luogo, molti di noi sono cresciuti con slogan come: “Fate i bravi, non litigate!”oppure “Per stare bene insieme (e lavorare bene insieme da grandi!) bisogna andare tutti d’accordo, tutti nella stessa direzione!”
Ebbene, la nostra esperienza quotidiana ci dimostra continuamente che non è proprio così e che si può avere uno sguardo divergente sullo stesso argomento, e lavorare in maniera efficace, a condizione che ci sia esplicitazione del disaccordo e del vissuto emotivo di ognuno…

Quando parliamo di conflitti tra bambini, dobbiamo sempre inquadrare lo stadio evolutivo in cui si trovano: bambini di 2 o 3 anni, ad esempio, agiscono in maniera molto differente rispetto a bambini di 4 o 5 anni, di conseguenza anche l’intervento o, meglio, la gestione del conflitto dovrebbe essere diversa. Con un bambino piccolo risulta poco funzionale utilizzare spiegazioni articolate del perché non deve fare male ad un amico o su quante e quali conseguenze ci saranno per le sue azioni, il suo pensiero è ancora talmente concreto e talmente radicato al Qui e Ora che non può fare ragionamenti complessi né ricordare bene ciò che è successo, ad esempio, il giorno prima. Il bambino sperimenta il mondo, lo esplora a 360°, non ha volontà di fare male ad un compagno, semplicemente vive la sua realtà con fisicità, energia e tentativi ripetuti!.

Con un bambino più grande, invece, possiamo cominciare a utilizzare una prima forma di ragionamento e possiamo fare leva sull’empatia per far capire al bambino quali possono essere le conseguenze delle sue azioni.
In entrambi i casi, l’adulto deve essere pronto a intervenire, mediando e parafrasando ciò che ha osservato, ma cercando sempre di non sostituirsi ai bambini e alla loro incredibile competenza di problem solving e ricerca di soluzioni alternative (molto spesso anche più tempestive di quelle adulte!)

I bambini, infatti, attraverso l’esperienza del conflitto e in presenza di un adulto attento e coscienzioso, imparano a “differenziarsi”, ad autoregolarsi, conoscendo meglio se stessi, i propri limiti e quelli altrui.
Quali gli atteggiamenti e interventi da evitare?

Sarebbe sempre meglio evitare di fare “muro contro muro” con il bambino, non trasmette autorevolezza ma debolezza!

Meglio evitare anche la punizione o il castigo: il bambino non vive bene l’allontanamento dal gruppo dei compagni oppure la non vicinanza a mamma e papà. Se lo dobbiamo fermare per un po’, meglio che resti comunque vicino a noi. E comunque, fondamentale che dopo poco ci sia la riconciliazione!

Evitiamo, inoltre, di sgridare il bambino toccando la sua persona, riprendiamo il suo comportamento ma mai la sua persona. Meglio dire, ad esempio: “Questa cosa che hai fatto non mi piace assolutamente!”, piuttosto che dire: “Sei monello, sei sempre il solito, non so più cosa fare con te….”

Insomma, il conflitto è una risorsa e una forma di apprendimento, impariamo a gestirlo, non a evitarlo!

Marzia Mirabella, pedagogista

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